Un conclave da 2805 miliardi

28/12/2008

“Signori, potete immaginare quale sarà l’argomento di oggi….”. E’ il 18 novembre del 1990, domenica pomeriggio. Gabriele Cagliari, presidente dell’ Eni, ha riunito, in fretta e furia, i quattro uomini che compongono la giunta dell’ ente petrolifero di Stato.

Ci sono tutti, malgrado la festività. C’è il vicepresidente democristiano Alberto Grotti, c’è Antonio Sernia, sempre dc, Beppe Facchetti, liberale, e Gaetano Cecchetti, socialdemocratico. C’è anche il magistrato della Corte dei Conti Sergio Ristuccia. E’ uno schieramento di prim’ordine. E non poteva essere altrimenti: all’ordine del giorno c’è la vendita/acquisto di Enimont, l’ azienda degli intrighi e dei veleni, la joint venture che avrebbe dovuto essere l’esempio della collaborazione tra pubblico e privato ma che poi si rivelò uno “sporco affare”, buono per le tasche di politici, manager e ministri.

In quella riunione si decise di pagare il 40% di Enimont 2805 miliardi. Si decise di pagare 1650 lire un azione che pochi mesi prima valeva poco più di 1000 lire. Non solo. In quella riunione si decise di acquistare, nel caso fosse stata l’Eni a rilevare la quota Montedison, anche il 20 per cento che era sul mercato: un inspiegabile regalo agli amici di Gardini, Vernes e Varasi, che possedevano l’11 per cento e a sconosciuti azionisti “miracolati” dalla successiva Opa che costerà all’ ente petrolifero altri 1.360 miliardi.

E’ una domenica di poco sole e fa anche un po’ freddo. Cagliari e gli uomini della giunta, costretti agli straordinari, si riuniscono al penultimo piano del palazzo di vetro all’Eur un po’ contrariati. Sono le 16,30. La riunione inizia proprio quando la radio dà le prime cronache del campionato di calcio con l’attesissimo derby Milan-Inter. Ma per gli uomini della giunta c’ è una sola partita da seguire con attenzione: quella Enimont. E così si chiudono in un conclave che cesserà solo nella notte.

E’ Cagliari a prendere per primo la parola nel rispetto del cerimoniale. Fa una breve introduzione poi legge una lettera datata 17 novembre, il giorno precedente, e firmata da Franco Piga, ministro delle Partecipazioni statali. La legge a voce alta. “Si è proceduto con la collaborazione dei professori Nazareno Ferri e Gianfranco Zanda – è il testo della missiva da come risulta dalla delibera della riunione – all’esame dei dati forniti in tema di determinazione del prezzo di acquisto/vendita”. Cagliari prende fiato, poi riprende a leggere: “In base alle valutazioni compiute, si autorizza cotesto Ente a fissare il prezzo entro i limiti minimo e massimo, rispettivamente, di lire 2.650 miliardi e di lire 2.850 miliardi”. E ancora: “Si autorizza altresì cotesto ente alla formulazione della proposta secondo lo schema trasmesso…”. Cagliari interrompe la lettura, poi guarda i suoi compagni di sventura, quasi ammutoliti. Le prime reazioni sono di fuoco. “E’ inammissibile”, dicono quasi in coro. Ristuccia fa di più. Irritatissimo si alza ed esce dalla stanza: “E’ una prassi insolita che non condivido”, dice. La discussione continua su questi toni per una buona mezzora. Poi si apre il dibattito sul prezzo. Sul tema si scontrano due scuole di pensiero. C’è chi spinge l’ago della bilancia verso l’alto (qualcuno ritiene che 2.850 miliardi è un prezzo ancora basso), c’è chi invece si ferma a 2.750 miliardi di lire. La discussione va per le lunghe e come in genere accade in situazioni simili, si arriva al classico compromesso: 2805 miliardi, 45 miliardi in meno del massimo consentito.

Si decide di acquistare anche il 20 per cento, anche se, all’ inizio, sono un po’ tutti contrari. “Con l’80 per cento in mano a che serve acquistare la quota restante?” si chiedono, uscendo dal palazzo di vetro.

Alla fine, quando vanno via, sono tutti stanchi, forse soddisfatti. Qualcuno certamente, qualcun altro no.


Morti inquietanti

27/12/2008

Anche Raul Gardini arriva a togliersi la vita. E proprio Francesco Saverio Borrelli, all’epoca procuratore capo di Milano, rispolvera l’ombra di Enimont. “I magistrati della procura sono profondamente addolorati per la morte di Raul Gardini, che segue quella di Gabriele Cagliari”.

“Morti inquietanti”. Subito dopo pero’ e’ lo stesso Borrelli a sottolineare: “E molto inquietante che le indagini sull’affare Enimont siano segnate da un triplice marchio di morte. Mi riferisco anche a Sergio Castellari”. Ossia al direttore generale delle Partecipazioni statali, trovato cadavere in circostanze misteriose il 25 febbraio 1993: suicida, secondo la versione ufficiale.

Inquietante, appunto. Anche perche’ il triste bilancio degli scomparsi, tra i testimoni diretti dell’affaire Enimont, e’ in realta’ a quota quattro: il 26 dicembre del 1990, poco piu’ di un mese dopo il divorzio definitivo tra Eni e Montedison, un attacco cardiaco stronco’ Franco Piga. Era lui il presidente della Consob quando, con una deroga speciale, Enimont venne ammessa in Borsa: l’ accordo originale distribuiva un 40% all’ Eni, un altro 40% a Montedison e il 20% al mercato. Ed era lui il ministro delle Partecipazioni statali quando si firmo’ il divorzio (Piga era stato chiamato da Giulio Andreotti, nel rimpasto lampo del luglio ‘ 90, al posto di Carlo Fracanzani): il suo nome viene tirato in ballo dalle dichiarazioni di Cagliari prima del suicidio. Ma anche Piga, appunto, e’ scomparso. Come Gardini. Come Cagliari. Come Castellari. Via via, per i giudici, e’ sempre piu’ difficile il lavoro di ricostruzione del pasticciaccio Enimont.

Il dossier piu’ corposo dell’affaire riguarda proprio la fine di Enimont, che ha fatto lievitare una torta miliardaria. I suoi ingredienti e la relativa spartizione sono stati descritti ai giudici da alcuni grandi protagonisti: Cagliari; Giuseppe Garofano, l’ex presidente della Montedison; Roberto Magnani, a lungo direttore generale della Ferfin e uomo della finanza Ferruzzi; Francesco Pacini Battaglia, il banchiere della Karfinko di Ginevra. Interrogatori e deposizioni delineano una realta’ sconcertante.

Responsabilità incrociate, ma non tutti finiscono sotto i riflettori.


Enimont: una premessa

19/12/2008

Ma che mostro e’ mai stata Enimont? Quali alchimie esplosive, quale orribile cocktail di veleni si nasconde dentro quel calderone se oggi, quella che fu definita la joint sventure della chimica italiana lascia dietro a se’ morte e sospetti?

Uno dei misteri più bui della cosiddetta I Repubblica è costituito certamente dalla vicenda Enimont: un coacervo di intrecci politici, finanziari, societari, economici ed infine corruttivi.

Il pool della Procura della Repubblica di Milano (formato dai magistrati Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Francesco Greco, Gherardo Colombo, Ilda Boccassini e guidato dal procuratore capo Francesco Saverio Borrelli e dal suo vice Gerardo D’Ambrosio) ha chiamato la tangente Enimont “la madre di tutte le tangenti”, ed ogni tangente (è noto) presuppone un accordo corruttivo.

Così è stato anche per Enimont, dove l’accordo corruttivo ha chiaramente presupposto una valutazione esagerata di Enimont stessa, tanto esagerata da rendere possibile la costituzione di fondi da parte di Gardini che ne fu beneficiato. Gardini (in accordo con i suoi benefattori) fu poi in grado di corrispondere una supertangente: la tangente Enimont, della quale ancora non si è riusciti (visti i mille rivoli in cui si è dispersa) a quantificarne l’esatto ammontare.

Una supertangente resa possibile da una supervalutazione di Enimont.

In questo blog cercheremo di ripercorrere la storia di Enimont, evidenziando attraverso numerosi contributi – molti di essi ancora inediti – come si arrivò alla supervalutazione di Enimont stessa.

Seguiremo la vicenda e la sua evoluzione attraverso gli articoli e le testimonianze del tempo e proveremo a chiarire “come” venne fatta tale supervalutazione. Non riusciremo invece a chiarire “perchè” fu fatta: non riteniamo sia il nostro compito né tantomeno che sia in nostro potere.

E’ invece un fatto ormai certo, dimostrato dai magistrati e divulgato dai giornalisti che si sono occupati della vicenda, che l’acquisto da parte dell’ENI del 40% di Enimont di proprietà Montedison, abbia innescato una tangente da centinaia di miliardi, destinata a politici, amministratori, giudici, finanzieri e affaristi.

Il processo che ne seguì fece cadere (si dice) la I Repubblica.