Un conclave da 2805 miliardi

“Signori, potete immaginare quale sarà l’argomento di oggi….”. E’ il 18 novembre del 1990, domenica pomeriggio. Gabriele Cagliari, presidente dell’ Eni, ha riunito, in fretta e furia, i quattro uomini che compongono la giunta dell’ ente petrolifero di Stato.

Ci sono tutti, malgrado la festività. C’è il vicepresidente democristiano Alberto Grotti, c’è Antonio Sernia, sempre dc, Beppe Facchetti, liberale, e Gaetano Cecchetti, socialdemocratico. C’è anche il magistrato della Corte dei Conti Sergio Ristuccia. E’ uno schieramento di prim’ordine. E non poteva essere altrimenti: all’ordine del giorno c’è la vendita/acquisto di Enimont, l’ azienda degli intrighi e dei veleni, la joint venture che avrebbe dovuto essere l’esempio della collaborazione tra pubblico e privato ma che poi si rivelò uno “sporco affare”, buono per le tasche di politici, manager e ministri.

In quella riunione si decise di pagare il 40% di Enimont 2805 miliardi. Si decise di pagare 1650 lire un azione che pochi mesi prima valeva poco più di 1000 lire. Non solo. In quella riunione si decise di acquistare, nel caso fosse stata l’Eni a rilevare la quota Montedison, anche il 20 per cento che era sul mercato: un inspiegabile regalo agli amici di Gardini, Vernes e Varasi, che possedevano l’11 per cento e a sconosciuti azionisti “miracolati” dalla successiva Opa che costerà all’ ente petrolifero altri 1.360 miliardi.

E’ una domenica di poco sole e fa anche un po’ freddo. Cagliari e gli uomini della giunta, costretti agli straordinari, si riuniscono al penultimo piano del palazzo di vetro all’Eur un po’ contrariati. Sono le 16,30. La riunione inizia proprio quando la radio dà le prime cronache del campionato di calcio con l’attesissimo derby Milan-Inter. Ma per gli uomini della giunta c’ è una sola partita da seguire con attenzione: quella Enimont. E così si chiudono in un conclave che cesserà solo nella notte.

E’ Cagliari a prendere per primo la parola nel rispetto del cerimoniale. Fa una breve introduzione poi legge una lettera datata 17 novembre, il giorno precedente, e firmata da Franco Piga, ministro delle Partecipazioni statali. La legge a voce alta. “Si è proceduto con la collaborazione dei professori Nazareno Ferri e Gianfranco Zanda – è il testo della missiva da come risulta dalla delibera della riunione – all’esame dei dati forniti in tema di determinazione del prezzo di acquisto/vendita”. Cagliari prende fiato, poi riprende a leggere: “In base alle valutazioni compiute, si autorizza cotesto Ente a fissare il prezzo entro i limiti minimo e massimo, rispettivamente, di lire 2.650 miliardi e di lire 2.850 miliardi”. E ancora: “Si autorizza altresì cotesto ente alla formulazione della proposta secondo lo schema trasmesso…”. Cagliari interrompe la lettura, poi guarda i suoi compagni di sventura, quasi ammutoliti. Le prime reazioni sono di fuoco. “E’ inammissibile”, dicono quasi in coro. Ristuccia fa di più. Irritatissimo si alza ed esce dalla stanza: “E’ una prassi insolita che non condivido”, dice. La discussione continua su questi toni per una buona mezzora. Poi si apre il dibattito sul prezzo. Sul tema si scontrano due scuole di pensiero. C’è chi spinge l’ago della bilancia verso l’alto (qualcuno ritiene che 2.850 miliardi è un prezzo ancora basso), c’è chi invece si ferma a 2.750 miliardi di lire. La discussione va per le lunghe e come in genere accade in situazioni simili, si arriva al classico compromesso: 2805 miliardi, 45 miliardi in meno del massimo consentito.

Si decide di acquistare anche il 20 per cento, anche se, all’ inizio, sono un po’ tutti contrari. “Con l’80 per cento in mano a che serve acquistare la quota restante?” si chiedono, uscendo dal palazzo di vetro.

Alla fine, quando vanno via, sono tutti stanchi, forse soddisfatti. Qualcuno certamente, qualcun altro no.

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